Archives for category: bibliografia

Alberto Magnaghi, IL PROGETTO LOCALE, verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri, Torino, 2010 versione accresciuta (1° ed. 2000).

Si tratta di un libro di capitale importanza che, negli ultimi 10 anni (la prima edizione è del 2000) ha radicalmente cambiato il modo di concepire la pianificazione territoriale e il progetto di territorio. Questo testo, dall’approccio fortemente multidisciplinare, tradotto in francese, inglese e spagnolo, ha aperto un dibattito a scala internazionale che ha coinvolto geografi, paesaggisti, storici della geografia, storici dell’agricoltura, economisti, geofilosofi, sociologi, antropologi, archeologi ed esponenti delle scienze ecologiche. Al centro la rappresentazione identitaria dei luoghi, intesa come condizione necessaria per un ripensamento dell’attuale modello economico e di “sviluppo”; concetto che ha segnato una nuova via, a livello metodologico e teorico, per la creazione di un nuovo modello basato sull’alleanza tra città e campagna per la produzione di una ricchezza durevole che valorizzi le risorse territoriali.

Non avendo le competenze per una recensione approfondita del testo, pubblicheremo periodicamente dei brevi estratti del libro che ci sembrano di particolare interesse per Miraorti, e per tutti i progetti analoghi, che si occupano di spazi aperti e autosostenibilità con l’intento di ripensare le relazioni socio-economiche dando nuova centralità al patrimonio territoriale.

I soggetti del territorio

La parola territorio è un termine oggi un po’ abusato, usurato da una retorica populista di stampo leghista che ne ha travisato il senso in chiave conservatrice, tradizionalista ed esterofoba. Questa definizione di Magnaghi sui soggetti del territorio, invece, ci pare essere molto calzante.

“[…] i nuovi abitanti, capaci di prendersi cura dei luoghi, non si identificano necessariamente con i residenti locali storici (proprio questi ultimi sono a volte portatori […] di usi distorti del milieu per risucchiarne e sfruttarne energie nel contesto della competizione globale): gli attori che interpretano lo spirito del luogo e progettano l’autosostenibilità della comunità locale possono arrivare da ogni parte del mondo a cooperare alla costruzione del progetto locale e delle sue relazioni globali.”

“[…] l’anima del luogo è riconosciuta e coltivata proprio dagli ospiti, dagli stranieri, mentre molti abitanti locali, presunti custodi dell’<> di Cattaneo si attardano a praticare, guidati da immaginari esogeni e modelli estetico-sociali di salvifiche modernizzazioni, il localismo <>, ovvero il consumo scriteriato e autodistruttivo delle proprie risorse patrimoniali.”

“[…] il luogo appartiene a chi se ne prende cura: appartiene perciò a chi è portatore di interessi collettivi per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni comuni […]“

Le api di Mirafiori sono in edicola. Tiziana Moriconi ha scritto un articolo sull’apicoltura urbana prendendo come esempio l’esperienza dell’apiario di Mirafiori frutto della collaborazione tra Urbees e Miraorti.

National Geographic Kids 1 National Geographic Kids National Geographic Kids 2 National Geographic Kids 3

National Geographic Kids

n° 16
Dicembre 2011

Miele di città

di Tiziana Moriconi

pag. 28-31

 

Qui trovate i post del “Diario dell’apicoltore”

Miraorti compare nell’interessantissimo nuovo libro di Franca Roiatti La rivoluzione della lattuga nel capitolo Orti antidegrado (pag. 134-135). Presto sul blog troverete una recensione per la categoria bibliografia.

La rivoluzione della lattuga La rivoluzione della lattuga 1 La rivoluzione della lattuga 2

Sul sito di Egea trovate maggiori informazioni.

Elisabeth Pasquier, Cultiver son jardin, Chroniques des jardins de la Fournillère 1992-2000, Parigi, L’Harmattan, 2001.

Cultiver son jardin

Nella bibliografia di miraorti questo libro ha davvero un posto speciale per via dei punti in comuni che legano questa esperienza francese a quella di Mirafiori. Il libro testimonia un percorso di ricerca durato 9 anni, cominciato quando Elisabeth Pasquier, sociologa, decise di uscire dai quartieri di case popolari per ampliare il campo d’indagine della sua ricerca sui principi positivi d’identità sociale. Comincia la sua ricerca sugli orti spontanei e viene subito intercettata dal Verde Pubblico della città di Nantes che le affida l’incarico di accompagnare il delicato passaggio per gli orti della Fournillère da spontanei a istituzionalizzati. Nonostante il ruolo ufficiale datogli dall’amministrazione comunale, che lei accetterà solo in parte, manterrà in tutta la vicenda un ruolo rigorosamente autonomo, non esitando a farsi portavoce delle istanze degli ortolani o a criticare ferocemente la tendenza omologatrice e banalizzante a cui devono adeguarsi le trasformazioni conformi al regolamento comunale.

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L’aspetto straordinario di questo percorso è che la sociologa prenderà in gestione un orto, prima abusivo e poi istituzionalizzato, come mezzo per condurre la ricerca. Scegliendo l’osservazione partecipante come metodo che le consentirà di “vivere come soggetto sociale la materia stessa della ricerca” in un momento di transizione tra un funzionamento comunitario fondato sulla parola e il clientelarismo e un funzionamento trasparente e regolamentato imposto dal comune.

“Senza che le cose fossero mai totalmente esplicite, al di là dei termini della richiesta operazionale, una delle missioni era quella di immaginare qualcosa di nuovo, una sorta di alternativa al ritorno della città […] giocare con l’idea di una democrazia ludica. Ci si aspettava che la Fournillère diventasse un territorio che riveli un altro funzionamento nella dinamica del cambiamento urbano, dove la gerarchia tra governanti e abitanti sia rimessa in causa a vantaggio di un aggiustamento continuo tra problematiche e una sorta di “bricolage” istituzionale.”

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Indice:
-prologo
-scrivere, coltivare
Territorio sospeso
-ritratti degli ortolani
-la fine dell’occupazione
-primo epilogo
Il ritorno della città
-diario dell’installazione ufficiale
-il periodo del cantiere e dei capi autodesignati
-direzione… trasformazione
-secondo epilogo

-bibliografia

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Le immagini qui presentate sono state scattate questa estate alla Fournillère. L’orto raffigurato è quello coltivato da Elisabeth Pasquier dal 1992 al 2001, ora assegnato ad un nuovo ortolano che molto gentilmente mi ha invitato nel suo orto per una visita guidata completa. Il capanno, differente rispetto a tutti gli altri, è un prototipo realizzato dall’Università di Architettura di Nantes con la partecipazione della sociologa. Il modello non fu però ritenuto dal verde pubblico.

Qui trovate informazioni sui parc-potager a Nantes, e sulla Fournillère. Su Flickr trovate l’album completo delle foto.

Durante una settimana di ricerche e incontri a Parigi e Versailles, alla biblioteca dell’Ecole du Paysage di Versailles scopriamo una tesi che subito ci conquista.

Sul modello scandinavo di orti urbani dove gli spazi comuni hanno un ruolo centrale, Antoine Quenardel si confronta con un’area “massacrata” per riflettere su come rendere accessibile la città e la campagna, nello specifico su come conciliare interessi pubblici (parco), interessi privati (orti individuali), interessi collettivi (associazioni) migliorando le frange urbane.

Tesi di Antoine Quenardel

Questo lavoro è accompagnato da un anno di esperienza sul campo. Per capire il funzionamento degli orti urbani regolamentati, i limiti e i potenziali, coltiva un orto che fa parte dei Jardin Familiaux della città di Ulis, dove la gestione è ripartita tra il comune, l’associazione “A Penelope” (Association Pour l’ENcouragement Et L’Organisation des Potagers Ecologiques) e i privati. Questi orti sono stati creati nel 1978 su esplicita richiesta degli abitanti. Terreno e arredi sono del comune mentre l’associazione si occupa degli orti, dell’assegnazione, di far rispettare il regolamento, riscuotere gli affitti, dell’animazione e del buon funzionamento.

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Questa esperienza gli ha fornito un supporto concreto per riflettere sulle relazioni tra ORTI (spazio), GIARDINAGGIO (pratiche) e ORTOLANI (fruitori).
L’osservazione è stata fatta tra ottobre ’98 e giugno ’99.

Qui alcune delle bellissime immagini e degli estratti di testo, considerazioni a chiosa di ogni resoconto delle giornate passate nell’orto:

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“Gli orti regolamentati, nelle recenti realizzazioni, prendono sempre più spesso l’aria di una lottizzazione prefabbricata anonima e sono impossibili da fare propri… La difficoltà risiede nella maniera di inquadrare una somma di iniziative individuali. Assicurare un controllo regolare e rigoroso equivale ad annullare l’espressione di ognuno nel proprio appezzamento, disperdendo inoltre una grande quantità di energie. É preferibile mettere in atto strutture spaziali sufficientemente elaborate per accogliere e organizzare il disordine scaturito dall’accumulo di iniziative private.”

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“Realizzare degli orti di dimensioni modulari, da 100 a 300 mq, adattabili ai bisogni, ai mezzi e alle disponibilità di ognuno?”

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“Sul modello delle cooperative agricole, come concepire la condivisione di attrezzature comuni per il gruppo (serra, utensili, biblioteca orticola, gruppi di acquisto, piante e sementi, sala delle feste, frutteto, api, cucina per le conserve)?”

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“Il recinto permette di “entrare”. La soglia che fa basculare da uno statuto all’altro”

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“Permettere di adattare i limiti tra i vicini sul grado di affinità di ciascuno”

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“Quale è la giusta quantità di orti per una vera convivialità, per una reale esistenza collettiva?”

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“Bagnare a getto continuo o con l’annaffiatoio, bagnare con l’acqua recuperata o con quella acquistata, più che due attitudini si tratta di due posizioni etiche…”

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“Mettere in atto delle possibili alternative tra anonimato e incontro, favorire, orientare degli itinerari e delle pratiche conviviali senza immaginare mai di imporle”

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“Offrire agli ortolani una passeggiata, perché il tragitto fino all’orto non sia solo un atto tecnico (andare da un punto all’altro), ma divenga un piacere preliminare a quello del coltivare”

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“Gestire il paesaggio ai limiti delle agglomerazioni, articolare degli usi pubblici, collettivi e individuali a scala di quartiere, della città e a scala metropolitana, questa la missione ambiziosa di una versione rinnovata degli orti associativi”

[le traduzioni dal francese vogliono essere puramente informative, l'originale è disponibile alla biblioteca dell'Ecole du Paysage a Versailles]

Su Abitare di dicembre c’è un articolo di Federico Nicolao su “56 st blaise” uno spazio culturale-ecologico gestito dagli abitanti del quartiere St. Blaise nel 20ème arrondissement di Parigi.

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Lo spazio è stato concepito nel 2005 da Atelier d’Architecture Autogérée (AAA), collettivo europeo di architetti. Dopo una fase di ascolto con gli attori locali (abitanti, associazioni, scuole), seguendo le suggestioni e desideri emersi nel confronto e secondo principi ecologici, è nato “56 st blaise”. E’ stata fatta una grande pulizia, molto giardinaggio. Il cantiere-scuola è durato 6 mesi con la partecipazione di 12 studenti in stage, di abitanti, di giovani volontari e studenti. Le attività spontanee e più organizzate sono poi emerse a poco a poco.

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Il “56″, come lo chiamano i frequentatori, funziona secondo dei principi di ecologia quotidiana (recupero delle acque piovane per l’irrigazione del giardino, tetti verdi, pannelli solari, compostaggio, compost toilet…) e autogestione (cooperazione, condivisione delle responsabilità, uso comune degli attrezzi, programmazione aperta). Un blog informa di tutte le attività aperte al pubblico tra le quali: spettacoli, mostre, gruppo di acquisto solidale, feste, dibattiti, laboratori e seminari.

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Cito dall’articolo: “Tutto incomincia quando AAA propone al comune di Parigi per una zona originariamente di passaggio, chiusa da decenni, dichiarata non costruibile, di utilizzare i circa 200 metri quadrati in modo se si vuole semplicissimo quanto originale: affidando all’architettura il ruolo di incarnare i desideri degli abitanti. […] Il 56 apre e inaugura poco tempo dopo con trenta parcelle destinate a orto biologico, minisale destinate agli studi sulla biodiversità, e una quarantina di persone già ne possiede nel 2008 la chiave.”

Qui trovate un pdf scaricabile su 56 st blaise “la storia di un esperienza collettiva basata sulla condivisione”.

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L’orto in città
Luca Riccati
Tesi di Laurea del Politecnico di Torino
Corso di Laurea in Architettura
anno accademico 2008/2009

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La tesi, organizzata in quattro capitoli, analizza varie forme di produzione agricola in ambito urbano. Vie alternative e complementari alle attuali politiche di pianificazione urbana per -usando le parole dell’autore- “tentare altre strade che valorizzino responsbilità e iniziative autonome e sviluppino una trama di spazi verdi fortemente interconnessa col tessuto sociale, urbano, economico, ambientale.”

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Il primo capitolo affronta la questione legata al rapporto città-campagna e, nello specifico, come il rapporto di interdipendenza tra consumi e produzione sia evoluto dalla rivoluzione industriale sino a oggi, le nuove prospettive per il futuro e le già avviate esperienze di agricoltura urbana in Italia e all’estero.
Il secondo capitolo spiega cos’è un orto e cos’è un frutteto, e le condizioni essenziali al loro mantenimento.
Il terzo capitolo prende in esame le forme di agricoltura applicabili in ambito urbano a diverse scale.
Nel quarto capitolo, a partire dal caso studio di un isolato del quartiere di San Salvario a Torino, sono affrontati gli aspetti pratici e applicativi delle diverse forme e modalità di produzione in città.

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Spazi scomodi
Qui una citazione dal capitolo “L’agricoltura invade la città”:
“Pensare spazi in grado di promuovere la diretta assunzione di responsabilità da parte degli abitanti e dove si realizzino compenetrazioni tra natura e urbanità è un traguardo che già alcuni progettisti si sono posti oggi come in passato: è importante riprendere queste esperienze che non prevedano “utenti” e “fruitori” ma persone responsabili in relazione tra loro.
[…] non serve creare spazi che diano risposte o che siano produttivi, ma serve creare spazi che mettano le persone in condizione di riappropiarsi delle proprie responsabilità. Spazi “scomodi” che permettano alle persone di procurarsi il cibo, avere relazioni, occuparsi dei propri rifiuti, avere cura di sè e di ciò che li circonda.”

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La tesi è consultabile nella biblioteca di dipartimento Casa & Citta del Politecnico di Torino, al Castello del Valentino.

Luca Riccati, giardiniere esperto e appassionato, collabora al progetto Miraorti. Ci aiuta regolarmente nei lavori di giardinaggio nell’orto collettivo e alla definizione del progetto grazie ai suoi preziosi consigli.

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