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La visione cognitiva dello spazio (Matteo Baldo)

DENOMINAZIONE IN SOCIOLOGIA: LA VISIONE COGNITIVA DELLO SPAZIO

A metà del secolo scorso si assistette in filosofia alla cosiddetta svolta linguistica: non era più importante, se non impossibile, conoscere la realtà, quanto capire come gli uomini hanno cominciato a definire le cose*.

Secondo il teorema di Thomas, noto anche come profezia che si autoadempie, la definizione della situazione, e non la situazione in sé, produrrà poi le conseguenze reali.

Su questo sfondo si innesta la simbolica degli spazi, ossia l’uso che i soggetti fanno di morfologie spaziali per alludere ad importanti significati del vivere comune**.

Lo spazio diviene un percorso per andare da una località all’altra ed è organizzato in termini gerarchici (centro e periferia) e di confini da oltrepassare o meno: diventa un’area dotata di proprie peculiarità fisico-culturali con requisiti tipici della teoria cognitiva: parsimonia e ordine. La mente umana richiede un ordine logico che riconduca a unità, coerenza fra le parti, inquadrando anche il dissenso in una spiegazione, per ridurre la cosiddetta dissonanza cognitiva***.

I manufatti, le reti che separano gli orti, le strade, i vialetti, i cartelli, sono tutti “richiami” di significati e di regole che permettono al soggetto di orientarsi nelle contingenze****. Lo spazio costruito fornisce segnali decisivi su quale repertorio usare, quali cliché attivare, che tipo di sintesi operare tra convinzioni personali e costrizioni locali.

Pietro prepara le semine in carrozzeria

L’ortolano inurbato torna, ritrovandosi e realizzando egli stesso questa dimensione di natura, a gestire mappe cognitive fatte di nodi e riferimenti naturali simili a quelli presenti nelle dimensioni vissute in gioventù o veicolate da narrazioni familiari. Allo stesso tempo però adatta margini e percorsi ad uno schema nuovo, uno schema in cui la gestione informale dei confini e dei percorsi dialoga costantemente con la strutturazione istituzionale di questi, con range più o meno ampi di adeguamento.

Quale la sintesi dunque fra convinzioni e costrizioni è evidente nell’orto, che porta con sé la convinzione, fra le altre, della necessità di un legame uomo-natura, ma che si ritrova costretto in un lembo di terra non riconosciuto dall’istituzione e nell’ombra rispetto alla collettività che vive la città.

Importante sarebbe comprendere dall’analisi linguistica della ricerca quanto questo fatto, il parziale “occultamento”, sia una necessità per l’orto e l’ortolano che lo lavora; o meglio se il fatto di ricavare l’orto in un sito abbandonato assecondi la naturale esigenza degli ortolani di operare in un contesto poco accessibile o visibile ai più. Questo permetterebbe di comprendere se la pratica risulti ben integrata nel quadro che l’ortolano ha costruito di sé e della propria vita o se gli appaia invece dissonante; se il riferimento che il gruppo di ortolani locali si è dato è estendibile ad altri o se vuol essere settario, proprio solamente di un determinato insieme ben caratterizzato di persone; altresì questa informazione fornirebbe indicazioni pratiche alla ricerca sulla sua disponibilità di aprire lo spazio che si è ritagliato ad altri, al resto della cittadinanza, nel caso per esempio di una riqualificazione.

Pietro prepara le semine in carrozzeria 1

L’orto riduce pertanto la dissonanza cognitiva fra un’identità legata alla terra e una discutibile quotidianità dal carattere urbano o è la rappresentazione stessa di uno stato di dissonanza cognitiva che permane?

All’interno di un’area cittadina gli orti danno un’impressione di difformità, ma sarebbe interessante studiarne l’integrazione con il sistema, nella mappa cognitiva del singolo attore.

Se ancora dalla ricerca sul campo emergesse, per esempio dal linguaggio adoperato, che la coltivazione è un impegno quotidiano al pari di quello lavorativo, si potrebbe ipoteticamente attribuirvi una funzione di autorealizzazione dell’individuo; se l’area orto ed il capanno ivi compreso venissero invece percepiti come “la casa in campagna”, come una sorta di villeggiatura per chi non può permettersi una sistemazione più dispendiosa, allora il proprio orto, vissuto ipoteticamente nel week end o nelle giornate di riposo lavorativo, assumerebbe significati diametralmente opposti.

Pietro prepara le semine in carrozzeria 2

*A. Ferrara, Autenticità riflessiva. Il progetto della modernità dopo la svolta linguistica, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 4
** G. Osti, Sociologia del territorio, Il Mulino, Bologna, 2010, p.28
*** L. Festinger, A theory of cognitive dissonance, Stanford University Press, Stanford, 1957; trad. It. Teoria della dissonanza cognitiva, Angeli, Milano, 1973, p. 13
**** R. Strassoldo, Micro-macro: aspetti ecologici, in Studi di Sociologia, 1986, vol. 24, mìn. 3-4, p. 465-495

Matteo Baldo

Baldo M., La città nell’orto. Analisi esplorativa degli orti urbani di Mirafiori sud per un progetto di riqualificazione “dal basso”., Tesi II livello, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Sociologia, relatore Dansero E., Università degli Studi di Torino, 2012.

Questo post segue da:
Tesi di Matteo Baldo / introduzione

Orti nella storia / 1 (Matteo Baldo)
Orti nella storia / 2 (Matteo Baldo)
Cos’è un orto (Matteo Baldo)
La città diffusa (Matteo Baldo)
Territorializzazione (Matteo Baldo)
Reificazione (Matteo Baldo)
Reificazione (Matteo Baldo)
Denominazione (Matteo Baldo)
Strutturazione (Matteo Baldo)

Territorializzazione ecologica (Matteo Baldo)
Reificazione marxista (Matteo Baldo)

Strutturazione relazionale (Matteo Baldo)

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