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Strutturazione relazionale (Matteo Baldo)

LA STRUTTURAZIONE NELL’APPROCCIO RELAZIONALE

Secondo l’approccio relazionale è la relazione a porsi alla base di una definizione della realtà: le categorie concettuali nascerebbero così da intense relazioni reciproche.

L’elemento base è l’orientamento, un elemento cognitivo che permette di cogliere la condizione altrui e agire di conseguenza. Sono “luoghi”, di conseguenza, quelli in cui vi è una comprensione dell’altrui posizione, che ci orienta ad interagire*.

In questo quadro gli orti urbani risultano, per chi vi si addentra quotidianamente, palcoscenici privilegiati per relazioni che paiono facilitate da una comprensione forse più spontanea di un altro con le medesime intenzioni.

Il fatto che vi siano tante persone che si trovano nella stessa posizione rispetto ai beni primari (status) indurrebbe, secondo importanti lavori della sociologia classica, uniformità sociale e normativa, per cui si creerebbe quella solidarietà limitata già nota per le comunità di immigrati**.

Oltretutto la popolazione degli orti fornisce un servizio importante agli spazi cittadini in disuso: quello di non divenire “non-luoghi”, che nella prospettiva relazionale sono il risultato di una mancata condivisione simbolica degli spazi, con tutte le conseguenze che ne derivano***.

Giovanna agli orti

Anche l’incrocio fra la dimensione cognitiva e quella relazionale produce un investimento sullo spazio, non più mero contenitore della relazione: il coltivatore urbano ritrova nell’orto uno spazio in cui acquista un senso sia la relazione con il vicino estraneo, sia probabilmente quella con i propri familiari, spesso protagonisti delle relazioni all’interno dell’orto; lo spazio fornisce una cornice di senso, in quanto categoria concettuale, alle relazioni stesse.

È da domandarsi se, nel caso di una riqualificazione dell’area orticola o nel caso di una realizzazione ad hoc di aree agricole urbane per opera dell’amministrazione locale, l’attore sarebbe ancora in grado di plasmare/adattare gli spazi per un’interazione adatta al proprio background o comunque investire dei significati in quello spazio: si auspica difatti che le istituzioni possano essere in grado di ricreare tali condizioni partendo dalle indicazioni/necessità degli assegnatari dell’orto.

LO SCAMBIO DI DONI FRA ORTOLANI

È proprio questo ragionamento sulle competenze territoriali a permetterci di comprendere quanto l’esistenza di un punto focale esterno dai legami di reciprocità possa delegittimare questi ultimi. Se dunque il passaggio per i migranti urbani da un’economia familiare e di scambio ad una redistributiva interrompa quella rete informale che naturalmente crea e si nutre di fiducia reciproca, rendendo questa meno rilevante nei rapporti sociali.

In un filone della sociologia che studia le culture relazionali si tende a distinguere fra loro ambiti sociali in cui prevale un tipo di relazione fondato sulla reciprocità (ad esempio la famiglia rispetto all’impresa o il terzo settore rispetto al mercato)****.

l'insalata di Rita

Lo scambio dei doni in quanto frutto di gesti di liberalità richiede una struttura sociale aperta, anche se spesso i confini esistono e sono offuscati da un’intensa ritualità. Da sempre nella storia il dono reciproco è un rimedio contro le dispute sui confini, dunque emerge la sua ambiguità nell’essere contemporaneamente omaggio al vicino e strumento per prevenire la sua ostilità*****. Preme sottolineare come il sociologo non voglia liquidare il dono come scambio opportunistico mascherato, ma esaltarne gli aspetti fondativi della relazionalità umana, sempre in bilico fra cooperazione e conflitto, fra simbiosi e competizione.

Se i confini sono strumenti per stabilire un contorno preciso a qualcosa, nella logica del dono questi rimangono parzialmente indefiniti: mentre l’istituzione deve chiaramente stabilire un confine fra pubblico e privato, le aree di scambio reciproco sono opacamente aperte. Opacamente proprio perché se un gruppo sociale decide di gestire autonomamente una zona orticola, esso non ha alcuna possibilità di veto verso esterni del gruppo, ma di fatto sarà difficile per l’esterno accedervi e fruire dell’area.

Quello dei confini diviene indicatore rilevante, assieme a quello del dono, nella sua funzione di delimitazione delle aree di competenza, nella definizione di un’entità spaziale che si organizza più o meno fattivamente per mantenere la propria distinzione rispetto al resto del territorio.

Le aree in cui nascono gli orti urbani (sempre considerandone le forme spontanee) certamente non sono spazi che possano dar luogo a diritti e doveri ben precisi, in quanto non sono vissuti sulla base di norme (redistribuzione); non possono dunque garantire una parità ed un uguaglianza che solo un terzo imparziale potrebbe; sono al contrario o il frutto di relazioni informali dei gruppi sociali (reciprocità), o l’emblema dell’anomia.

In una ricerca sul campo sarebbe dunque importante capire se, nonostante i cittadini siano stati “educati” a gestire relazioni di vicinato, di quartiere, di circoscrizione o di scala più ampia, sempre più in maniera formalizzata, giuridica, istituzionalizzata, essi siano stati ancora in grado di riappropriarsi dei propri “saperi relazionali” per una gestione delle relazioni territoriali che coinvolge zone anche molto ampie e diversificate.

Una spiegazione spazialista molto nota ci permette infine di ipotizzare che l’alta densità umana riscontrabile in città abbia portato, spiegava Simmel, ad un sovraccarico di stimolazioni sensoriali per i soggetti, nonché sentimenti forti sia in senso positivo che negativo: ci sono in città maggiori chance di relazioni affettive, ma anche il rischio che si crei fastidio reciproco, maldicenze, se non addirittura conflitto******. È da domandarsi dunque se anche questa non sia una ragione per la quale ricercare un ritorno al rurale.

Stefano. Maria e Isabella

*G. Osti, Sociologia del territorio, Il Mulino, Bologna, 2010, p. 32
**Nel passato le attività del primario hanno ispirato numerose ricerche di stampo etnografico partendo dall’idea che il legame con la terra finisse per influenzare anche i costumi e la socialità. Il riferimento va alla “comunità” di Tönnies, la “solidarietà meccanica” di Durkheim, i “rapporti primari” di Cooley; G. Osti, Sociologia del territorio, Il Mulino, Bologna, 2010, p. 212
***M. Augè, Non-lieux. Introduction à une antropologie de la surmodernité, Seuil, Paris, 1992; trad. it. Non luoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 1993, p. 8
****L. Alici (a cura di), Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 45
*****G. Osti, Sociologia del territorio, Il Mulino, Bologna, 2010, p. 105
******G. Simmel, Die Groβstädte und das Geistesleben, K. F. Koheler, Stuttgart, p.227-242; trad. it. Le metropoli e la vita dello spirito, Armando, Roma, 1995, p. 189

Matteo Baldo

Baldo M., La città nell’orto. Analisi esplorativa degli orti urbani di Mirafiori sud per un progetto di riqualificazione “dal basso”., Tesi II livello, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Sociologia, relatore Dansero E., Università degli Studi di Torino, 2012.

Questo post segue da:
Tesi di Matteo Baldo / introduzione

Orti nella storia / 1 (Matteo Baldo)
Orti nella storia / 2 (Matteo Baldo)
Cos’è un orto (Matteo Baldo)
La città diffusa (Matteo Baldo)
Territorializzazione (Matteo Baldo)
Reificazione (Matteo Baldo)
Reificazione (Matteo Baldo)
Denominazione (Matteo Baldo)
Strutturazione (Matteo Baldo)

Territorializzazione ecologica (Matteo Baldo)
Reificazione marxista (Matteo Baldo)

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