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La città diffusa (Matteo Baldo)

La città diffusa

Il sistema urbano si distingue dagli ecosistemi per il fatto di essere un sistema incompleto e dipendente da ampie aree limitrofe per l’energia, il cibo, le fibre, l’acqua e gli altri materiali. L’ecologo Eugene Odum ha definito, da un punto di vista ecologico, la città moderna come un vero “parassita dell’ambiente rurale”, data l’incapacità delle aree urbane di produrre la biomassa necessaria al proprio sostentamento, di estrarre i minerali necessari alle diverse produzioni e di purificare l’aria, l’acqua e gli altri scarti che producono. L’ecosistema urbano è dunque in costante squilibrio energetico e di materia nei confronti di un necessario ambiente esterno che è diventato gradualmente più esteso. Durante gli ultimi 30 anni le città si sono espanse, determinando forme urbane sparpagliate, frammentando il contesto urbano e in molti casi anche generando la fusione tra città confinanti: il nuovo contesto periurbano si trova in una situazione di sprawl, o città diffusa.

Oggi il contado (la fascia agricola intorno alla città), che esaltava la differenza tra urbano e rurale, si è quasi dissolto. La trasformazione delle città in metropoli e megalopoli non ne eliminato lo spazio rurale, ma piuttosto resa problematica la distinzione tra urbano e rurale.
Secondo l’antropologa Mary Douglas, sono state le demolizioni e le costruzioni prescrittive del diciannovesimo secolo, ma soprattutto la svalutazione delle mappe mentali degli abitanti a causare la scomparsa della forma urbis e dunque la caduta di ogni senso del luogo. Per di più oggi circa il 50% della popolazione mondiale vive nelle città e tra queste ce ne sono 26 destinate a diventare entro il 2015 delle megalopoli con più di 10 milioni di abitanti: nutrire simili realtà significherà importarvi ogni giorno circa 6000 tonnellate di cibo.

Tutto ciò assume ancor più rilevanza nei paesi in via di sviluppo, dove il tasso di crescita è più forte: 19 delle 26 megalopoli si trovano nel sud del mondo; queste però, rappresentano solo la punta dell’iceberg, in quanto, sempre entro il 2015, 564 città oltrepasseranno il milione di abitanti145: se ne deduce l’importanza delle conseguenze sulla produzione di cibo per il sostentamento di simili masse urbane, un 30% delle quali vive sotto la soglia di povertà (prevedendo una crescita di tale valore fino al 50% entro il 2020, per la quasi totalità nei paesi emergenti).
Non sorprende quindi, che un crescente numero di persone cerchino di implementare nei modi più svariati, come abbiamo appreso dalla storia dell’orticoltura urbana, la quantità di cibo che possono permettersi di acquistare.

Agricoltura urbana e periurbana

Per aree agricole periurbane si intendono “quelle aree che sono prossime alla città, ma che non sono ancora campagna aperta e in cui il territorio urbano e quello agricolo si compenetrano e si uniscono in maniera non felice e non risolta”*.
È un territorio appartenente agli spazi della periferia e della città diffusa, dove i retaggi della cultura agricola convivono con i vecchi e nuovi tentativi di fare città. L’agricoltura urbana si distingue da quella periurbana innanzitutto per il fatto di essere maggiormente integrata nel sistema ecologico ed economico urbano. Essa si appoggia sui cittadini in qualità di lavoratori, usa risorse tipicamente urbane (rifiuti organici e acque grigie), ha un rapporto diretto con i consumatori, così come un forte impatto sull’ecologia urbana, è parte del sistema di approvvigionamento di cibo, compete per i terreni insieme ad altre destinazioni e funzioni, ed è influenzata da piani e politiche di sviluppo: è dunque parte integrante del sistema urbano.

Jaques Simon 1976 2

Mentre gli antenati dell’agricoltura periurbana sono aree di carattere rurale intorno alle città, di dimensioni più importanti di quelle attuali (che dividono con incertezza un centro abitato da un altro), quelli degli orti urbani, limitandosi al contesto occidentale, sono gli Schrebergarten tedeschi o gli orti di guerra. Entrambe le forme si sono sviluppate in concomitanza con le attività industriali e il conseguente inurbamento di grandi masse di popolazione, ma mentre i prodotti della prima erano e sono destinati ad un mercato più ampio e al profitto, rientrando all’interno di logiche imprenditoriali, quelli della seconda si limitano ad uno scambio di scala familiare, se non di quartiere, e certamente non assolvono a logiche altre che non siano appunto quelle del bilancio domestico; l’orticoltura urbana non genera plusvalore in quanto il produttore coincide quasi sempre con il consumatore. Gli orti urbani rappresentano dunque uno spunto interessante per riorientare le direttrici dello sprawling precedentemente descritto, perché mentre la “città diffusa” va ad invadere lo spazio rurale mettendo in crisi l’agricoltura periurbana, l’orto urbano permette all’agricoltura di impadronirsi simultaneamente dello spazio metropolitano. Da capire se l’agricoltura urbana però possa mettere in crisi un modo di pensare ed abitare la città o se invece abbia permesso, sin dalla sua nascita, un abitare urbano più elastico e dunque più sostenibile.

*Intervista a Paola Santeramo, Presidente dell’Istvap (Istituto per la tutela e la valorizzazione dell’agricoltura periurbana);

Matteo Baldo

Baldo M., La città nell’orto. Analisi esplorativa degli orti urbani di Mirafiori sud per un progetto di riqualificazione “dal basso”., Tesi II livello, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Sociologia, relatore Dansero E., Università degli Studi di Torino, 2012.

Questo post segue da:
Tesi di Matteo Baldo / introduzione

Orti nella storia / 1 (Matteo Baldo)
Orti nella storia / 2 (Matteo Baldo)
Cos’è un orto (Matteo Baldo)

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