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Cos’è un orto (Matteo Baldo)

DEFINIZIONE DELL’“ORTO”
Limitandosi al territorio europeo, ma tenendo conto delle diverse contaminazioni che la cultura e contemporaneamente il linguaggio hanno subito, la nascita del concetto di orto si può rintracciare con facilità. L’etimologia latina suggerisce “hòrtus” come il lemma “che ha comune la origine con le voci Corte e Giardino in una radice GHAR- o HAR- recingere – ossia – chiuso, recinto, giardino”. Dal dialetto siciliano giungono anche interpretazioni significative: in Sicilia l’orto era detto “nuara”, che deriva dal latino “novalia” e dall’arabo “noar”. La declinazione latina “novalis” indica la condizione di maggese (riposo) di un campo. La declinazione “novale” invece corrisponde al campo messo a coltura dopo il riposo, più genericamente ad un campo coltivato, significato traslato poi sul raccolto. L’etimologia ci aiuta ad intendere dunque due caratteri fondamentali dell’agricoltura orticola: la vocazione non-intensiva di questa, vista la necessità di riposo periodico del terreno, e la natura chiusa, recintata dei suoi confini.

Compresa la sua natura proviamo ora ad inventariare tutte le funzioni cui tale fenomeno può assolvere.

FUNZIONI SOCIALI
Gli orti sono oggi potenzialmente uno strumento di sviluppo sociale locale, sfruttato per le sue implicazioni pedagogiche e per avviare politiche di inclusione sociale. L’orticoltura urbana crea le condizioni ideali allo scambio e alla condivisione (lavorando in spazi contigui o comunitari, mettendo in comune conoscenze e forza lavoro), quindi per quella coesione sociale auspicata da molti piani di sviluppo. Gli orti sono luoghi che creano e rafforzano la socialità anche tra persone di origine diversa contribuendo all’integrazione sia intergenerazionale che etnica, rafforzando l’identità culturale di ognuno, avvicinando i bambini alla natura, svolgendo un ruolo terapeutico per persone in difficoltà sociale, disabili, disoccupati.

Altrettanto importante è il modo in cui si modifica la percezione del cibo da parte dei cittadini che abbiano una diretta esperienza con la sua produzione; tendenzialmente le persone “raccolgono” il cibo al supermercato, aspettandosi di trovare cibo già confezionato, non avendo idea dell’impatto ambientale e sulla saluta di quello che viene appunto definito junk food. L’interesse per il processo produttivo e le caratteristiche del cibo cresce quando la vicinanza delle coltivazioni permette alla gente di entrare in contatto con le pratiche e le conoscenze “agricole”, incrementando l’influenza che i cittadini possono esercitare sui modi con cui il cibo è prodotto, sugli input necessari, sui processi dannosi per l’ambiente: l’agricoltura urbana può rieducare nell’ottica della sostenibilità. Riportare le persone alla responsabilità di prodursi il cibo senza più delegare tutto a terzi, rompe quel meccanismo dominante e quelle rigide definizioni di professionalità che portarono, per esempio, ad una divisione dei ruoli sempre più analitica e dequalificante, come quella tra architetto e agronomo. Gli orti urbani non dovrebbero appunto prevedere definizioni come quelle di “utenti” o “fruitori”, ma persone responsabili in relazione tra loro. Non è necessario muoversi in contesti ad alta innovazione e tecnologia per rispondere a simili esigenze, rischiando di continuare a proporre ancora lo stesso modello (dare al consumatore finale un prodotto su cui non ha alcun controllo); non serve creare spazi che diano risposte o che siano produttivi, ma piuttosto spazi “scomodi” che permettano alle persone di procurarsi il cibo, costruire relazioni, occuparsi dei propri rifiuti, avere cura di sé e di ciò che li circonda.

FUNZIONI PAESAGGISTICHE
Gli orti sono strumenti di riappropriazione dei luoghi e di costruzione di comunità capaci di rispondere ad una nuova domanda sociale: il bisogno di naturalità e di un ravvicinato rapporto con la terra. L’artificializzazione crescente della società ha fatto emergere una forte domanda di paesaggio che si esplica anche attraverso la ricerca di nuove modalità di interazione con il proprio ambiente di vita, che coinvolgano attivamente il cittadino nella produzione dei luoghi. In questo senso gli orti urbani sono dei veri e propri laboratori territoriali che costituiscono un atto di produzione di paesaggio.

FUNZIONI DI BENEFICIO PER LA SALUTE
Maggiore attenzione alimentare e attività fisica all’aria aperta (come appunto coltivare) sono presupposti per uno stile di vita salutare. L’Università di Uppsala in Svezia ha studiato per 35 anni ed ora pubblicato sul British Medical Journal di marzo gli effetti benefici dell’attività di giardinaggio (come anche di un’ attività sportiva di modesta intensità): l’individuo attivo guadagna circa un anno di vita rispetto a quello inattivo.

FUNZIONI AMBIENTALI
Molte sono le implicazioni di tipo ecologico derivanti dalla semplice presenza del verde delle coltivazioni in città, che aiuta a migliorare il microclima, (regolando umidità e temperatura), cattura gli inquinanti e riduce la forza del sole e del vento (creando una protezione). Nelle città poi si può recuperare una gran varietà di materiali organici utili ad incrementare la fertilità dei suoli, spesso compromessi da compattamento e inquinamento, così da garantirne la conservazione, ripristinandone gli essenziali cicli vitali, senza i quali nessun terreno sarebbe in grado di produrre, a meno di forti input chimici. Proprio il processo di smaltimento dei rifiuti e il loro possibile riciclo ai fini della concimazione è un fattore cruciale nella gestione ecologica della città. Le attività agricole cittadine possono anche migliorare la gestione delle risorse idriche in senso ampio, permettendo di minimizzare i costi di impianti di drenaggio e canalizzazione delle acque, che vengono realizzati con l’obiettivo di evitare allagamenti in seguito a forti piogge, le quali, incontrando solo superfici dure e impermeabili, non riescono a penetrare nel terreno ed essere assorbite e convogliate altrove (la presenza del verde delle coltivazioni ovvierebbe a tale problema); per di più sarebbe possibile un uso diretto di acque di recupero per la produzione di cibo, fondamentale per paesi dove l’acqua scarseggia, ma anche essenziale per eliminare gli inquinanti eventualmente presenti. L’agricoltura urbana ha effetti positivi anche nell’incrementare la biodiversità, alimentare e floristica, propria un tempo della vegetazione spontanea; l’ambiente urbano, di per sé, è già più ricco di flora e fauna rispetto alla campagna circostante, intensamente coltivata, con un numero limitato di colture e pochi spazi incolti; non è un caso che molte città occidentali producano abbondante miele, grazie proprio alla quantità e diversità di piante che vi si possono trovare.

L’agricoltura urbana contribuisce infine a ridurre l’anidride carbonica rilasciata dalle attività localizzate nelle città. Infatti produrre il proprio cibo all’interno dei confini urbani, significa evitare trasporti sulla lunga distanza; al contempo è dimostrato che la presenza delle piante assorbe CO 2, soprattutto nella fase di crescita, in cui tale capacità, che l’attività agricola mantiene più o meno costante, è al massimo. Se oltre a tutto questo aggiungiamo il fatto che le città consumano il 75% delle risorse del pianeta e che la loro popolazione continua ad aumentare a tassi elevatissimi, aspettandoci un raddoppio entro il 2050, possiamo comprendere come un ritorno massiccio all’agricoltura urbana non sia solo auspicabile, ma forse anche necessario.

Matteo Baldo

Baldo M., La città nell’orto. Analisi esplorativa degli orti urbani di Mirafiori sud per un progetto di riqualificazione “dal basso”., Tesi II livello, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Sociologia, relatore Dansero E., Università degli Studi di Torino, 2012.

Questo post segue da:
Tesi di Matteo Baldo / introduzione

Orti nella storia / 1 (Matteo Baldo)
Orti nella storia / 2 (Matteo Baldo)

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