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Orti nella storia / 2 (Matteo Baldo)

Gli orti dal XX sec. a oggi

Gli USA
Anche gli USA non sono mai stati estranei al fenomeno. A partire dalla fine dell’Ottocento, i governi centrali e locali appoggiarono l’espansione dei community gardens, orti realizzati nei cosiddetti “vacant lots” urbani, ossia nelle aree abbandonate situate in prevalenza nei quartieri degradati. Anche in questo caso la necessità dei governi fu quella di mettere le classi sociali svantaggiate nella condizione di poter badare autonomamente al proprio sostentamento, per fronteggiare la crisi economica del paese. A New York nacquero numerosi movimenti, a cui però venne assegnato un compito aggiuntivo, quello di “ fare tutto il possibile e accettare ogni sacrificio per mandare provviste alle forze combattenti”. Dal 1917 una serie di azioni propagandistiche ribadì: “do your bit: help your country and your self by raising your own vegetables”. Questo slogan intendeva coinvolgere i cittadini nel ridurre la pressione sull’approvvigionamento pubblico, facendosi, allo stesso tempo, manifesto di un progetto politico più ampio, di provvisoria soluzione agli elevati tassi di disoccupazione e povertà. Gli appezzamenti, seppur ottimizzati, furono nuovamente abbandonati al termine del periodo di crisi, quando “i governi sospendevano i sussidi, attratti dai più remunerativi sviluppi del mercato immobiliare, nonostante le necessità dei ceti poveri non mutassero affatto”.

Nel 1973 il fenomeno orticolo assunse invece valenza più conflittuale, coi toni di un’appropriazione del suolo per uso agricolo. L’iniziativa prese il nome di “Guerrilla gardening”, coniato da Liz Christy ed il suo gruppo “Green Guerrilla”, in New York. Questo gruppo trasformò un derelitto lotto privato in un giardino che, dopo più di trent’anni, è ancora ben tenuto. In realtà pare che l’idea traesse a sua volta spunto dall’azione di alcuni lavoratori del nord dello Utah che, circa 150 anni fa, realizzando alcuni fossati, seppellirono i torsoli di mela del loro pranzo, e successivamente semi di asparagi, nel terreno appena scavato, in cui tutt’ora crescono dei meleti e asparagi. Così come i lavoratori delle piantagioni di banane Tacamiche nell’Honduras fecero crescere illegalmente degli ortaggi sulla piantagione abbandonata, invece di abbandonare la terra con la chiusura della piantagione.

Oggi il termine Guerrilla Gardening è applicato in situazioni differenti per descrivere forme di giardinaggio radicale attraverso piccoli atti dimostrativi, chiamati “attacchi” verdi, che si oppongono attivamente al degrado urbano agendo contro l’incuria delle aree verdi. Anche i Community Garden oggi sopravvivono, contraddistinguendosi per il carattere di non-proprietà del singolo, in quanto il terreno coltivato è gestito da gruppi. Secondo Coldiretti l’orto sta appassionando, negli USA, anche l’upper class, con insalate e pomodori che crescono anche sui tetti di grattacieli e case di NY, San Francisco, Boston. Anche l’upper class della Casa Bianca non è immune all’inclinazione orticola tanto che questa diviene oggi corollario di un insieme di buone pratiche di carattere etico: Barak e Michelle Obama hanno avviato la coltivazione di un orto biologico nel giardino della Casa con l’obiettivo di “mangiar sano” ed educare i figli al consumo di cibi sani, in un momento in cui l’obesità è divenuta epidemia nazionale.

Cuba dopo il 1989
Un esempio odierno di come l’orticoltura alimentare divenga ancora soluzione per crisi economica e mancanza di sicurezza alimentare è sicuramente quello cubano. A seguito dalla caduta del blocco sovietico e dunque del crollo di un sistema agricolo fondato sull’esportazione, il Presidente Raul Castro ha tentato la via dell’autosufficienza alimentare, lanciando il “Programma nazionale di agricoltura urbana e suburbana”, un programma di decentralizzazione burocratica dell’agricoltura controllata dallo stato che punta, oltre che sulla nascita di molte cooperative urbane, sulla diffusione dell’agricoltura di prossimità: agli interessati sono assegnati centinaia di terreni non utilizzati da coltivare, ma l’incitazione è per tutti a coltivare dovunque possibile (patii, terrazze, vasi, scatole, pneumatici).

L’italia, l’autarchia
In Italia determinanti per l’agricoltura urbana furono le politiche fasciste, volte a ridurre le importazioni di frumento dall’estero, le quali determinarono nel ventennio la cosiddetta “battaglia del grano”: l’azione propagandista del governo indusse la popolazione a “coltivare per produrre”, cosicché i campi di grano cominciarono col rivestire dapprima le campagne, fino poi a penetrare nelle città. Si definì la possibilità coltivare anche le aree fabbricabili nelle città e di convertire i giardini in orti e campi di frumento, anche nei luoghi di maggior rappresentanza: a Roma in Piazza del Popolo, a Milano in Piazza Duomo, a Torino in Piazza San Carlo. In tempo di guerra l’orto fu promosso con toni imperativi dalla stampa di regime con lo slogan: “seminare ogni zolla”. A Milano nel 1942 si coltivavano così più di 10000 orti e “Torino, tra le prime grandi città nell’osservanza dell’imperativo del Duce non un lembo di terreno incolto”.

Oggi in Italia si assiste ancora alla demolizione di interi insediamenti di orti abusivi, talvolta rimpiazzati da piccoli appezzamenti dati poi in assegnazione secondo graduatorie molto selettive, senza soddisfare la reale domanda e con notevoli problemi di tipo paesaggistico o logistico. Sono però sempre più numerosi i comuni che mettono a disposizione questi appezzamenti, soprattutto, appunto, a pensionati; le regioni dove il fenomeno è più diffuso sono il Veneto, Valle d’Aosta, e Friuli. Gli orti in Italia sono di fatto entrati nel “gusto” di gran parte dei cittadini, ma il terreno in città è divenuto risorsa sempre più preziosa e rara, e lentamente tendono a scomparire anche quelle zone abbandonate adibite ad “orti urbani”. Ecco allora il diffondersi di comunità prive di luoghi chiaramente identificabili come un tutt’uno o assegnabili a qualcuno, come “l’Orto Diffuso”: un network che collega gli spazi più immediatamente contigui di chi ne è parte (balconi, terrazzi, davanzali) con gli spazi più comuni e tradizionali (aree abbandonate alla speculazione edilizia), mettendo sia i propri spazi che le proprie competenze a disposizione di un progetto comune; questo avviene sia attraverso momenti di lavoro collaborativo che grazie a strumenti multimediali, importanti per la condivisione di informazioni e saperi e per la diffusione del fenomeno che funziona tanto più risulta capillare. Si tratta nella pratica di censire gli spazi coltivabili, costruire una mappa interattiva (calcolando così anche la richiesta di verde), procurarsi in maniera comune sementi da fornitori locali, strutturare chat, mailing list e forum, verificare e monitorare l’utilità economica dell’iniziativa e organizzare forme di sensibilizzazione e lobbying presso le autorità locali; sono promossi scambi di semi, prodotti dell’orto e strumenti di lavoro oltre che esperienze e storie.
Infine, l’Italia non rimane oggi esclusa dal “contagio” dei Guerrilla Gardening: il movimento è nato da pochi anni per opera di un gruppo di giovani milanesi che segue e consiglia i gruppi indipendenti, per trasformare e riappropriarsi degli “sterili ed impersonali spazi comuni cittadini”. Il primo “attacco” del gruppo torinese Badili Badola, nato nella rete Internet, risale invece al 13 dicembre 2007, su di un’aiuola in piazza Baldissera a Torino, nei pressi della stazione Dora.

Matteo Baldo

Baldo M., La città nell’orto. Analisi esplorativa degli orti urbani di Mirafiori sud per un progetto di riqualificazione “dal basso”., Tesi II livello, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Sociologia, relatore Dansero E., Università degli Studi di Torino, 2012.

Questo post segue da:
Tesi di Matteo Baldo / introduzione

Orti nella storia / 1 (Matteo Baldo)

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