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Orti nella storia / 1 (Matteo Baldo)

XIX secolo
La coltivazione in città è una realtà che accompagna l’uomo da quando il suo mondo assume connotazioni urbane, alternando, nel corso della storia, una vocazione produttiva, quella dell’orto, con una ricreativa, ossia il giardino, come luogo di riposo e di “tregua” dal resto del mondo.
Fin dall’età Neolitica si possono rilevare tracce di attività agricole, nei territori della cosiddetta “mezzaluna fertile”, proprio dove, millenni più tardi, nascerà una delle prime città della storia: Babilonia.
Purtroppo per non tediare il lettore nel testo che segue si effettuerà una sintesi storica dell’orto a partire dagli ultimi 200 anni!
Già nel 1800 nacquero infatti in Italia le prime accademie di studi botanici e le Società d’Orticoltura a scala regionale. Ma il 1800 fu caratterizzato anche dall’avvento della rivoluzione industriale, con conseguenti: sovraffollamento delle città, perdita di spazi liberi e formazione di ghetti e slums.
Il bisogno sociale e la domanda di “salute”, di spazi nuovi, ricreativi, per la città, crebbe in risposta all’indifferenza della città industriale per l’oscurità e la sporcizia generata. Le nuove rappresentazioni comuni riconobbero al verde un’importante valore sociale. In questo contesto il parco pubblico urbano prese il posto degli orti e si affermò in quanto sanitario, educativo e distensivo.
L’edilizia abitativa di ispirazione filantropica del XIX secolo promuoveva l’allestimento di giardini e orti nei quartieri operai in quanto il giardinaggio era considerato un’attività idonea per educare alla solerzia e al senso della famiglia: un ritorno alle antiche virtù civili che lo sfrenato individualismo urbano aveva sopraffatto e corrotto.

XX secolo
Intenti analoghi perseguirono poi all’inizio del XX secolo le organizzazioni di utilità pubblica e le associazioni di medicina naturale che incoraggiavano la creazione di orti familiari.
Silvio Crespi, industriale del cotone lombardo, affermava: “l’orto è la più efficace delle medicine per curare le malattie professionali, in particolar modo il rachitismo”. Presero così forma, in tutta Europa, nuovi villaggi operai a rasentare i bordi delle città, definendo attorno a esse nuovi distretti.
Klupp, importante industriale tedesco, scrisse: “Io credo che ciò sia economicamente (…) e moralmente parlando molto utile, convincere le famiglie degli operai a coltivare l’orto” . A partire dal 1872 egli dotò, così, le abitazioni degli operai di un orto individuale. Agli industriali appariva una buona attività fisica all’aria aperta, necessaria dopo le molte ore di lavoro nell’ambiente chiuso della fabbrica, ma innanzitutto un’attività sana, che intratteneva l’operaio lontano da possibili coinvolgimenti politici o iniziative comuni contro il datore di lavoro.
W.H.Lever, industriale inglese del sapone, realizzato un complesso per l’insediamento degli operai nella sua fabbrica a Portsunlight (nei pressi di Liverpool), lo ampliò nel 1912 di modo da racchiudere ampi spazi di allotments: gli orti e i giardini che costituivano il retro della casa.
L’idea di circondare le case operaie di verde, corredandole di orti e giardini, divenne un’esigenza ed ogni paese europeo possiede una specifica storia a riguardo.

Inghilterra
In Inghilterra l’esperienza degli orti operai, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, si diffuse oltre la realtà degli insediamenti industriali e ciò esortò i governi, inerti fino a quel momento, alla creazione degli “orti famiglia”. Eppure ancora nel maggio del 1996 si assistette a una esplicita richiesta di “verde”, quando circa 500 attivisti affiliati a “The Land is Ours” occuparono circa 13 acri di terreno abbandonato, appartenente alla Guinness, sulle rive del Tamigi nel Wandsworth, a sud di Londra. La loro azione voleva sottolineare quello che loro descrissero come “Il terrificante spreco della terra urbana, la mancanza di case popolari, e il deterioramento dell’ambiente urbano”.
Oggi in Gran Bretagna il “National Trust”, che si occupa della gestione del patrimonio culturale del Regno Unito, ha messo a disposizione dei cittadini mille appezzamenti di terreno in grado di produrre 2,6 milioni di cespi di lattuga. Persino la regina Elisabetta II di Inghilterra, nel 2009, ha autorizzato la realizzazione di un orto entro le mura di Buckingham Palace (per la prima volta dai tempi della seconda guerra mondiale), proprio per il piacere della raccolta diretta: “nell’orto di una superficie di dieci metri per quattro sono state seminate piante a rischio di estinzione come una particolare specie di fagioli rampicanti cipolle, porri e carote, utilizzati nelle cucine del palazzo”.

Germania, il dottor Schreber
In Germania si assistette alla diffusione degli orti urbani solo alla fine del XIX secolo, come strategia d’urto ai fenomeni di progressiva industrializzazione delle città. In questi anni si contraddistinse il lavoro di Moritz Schreber, medico e docente, orientato alla promozione di un miglior stato di salute pubblica: egli comprovò come semplici esercizi quotidiani all’aria aperta potessero migliorare straordinariamente lo stato di salute di una persona. L’apporto di tali studi diede slancio all’estensione del fenomeno dei piccoli giardini.
Con la crisi economica del 1930, altri spazi ancora furono recuperati e destinati alla coltivazione per il sostentamento dei cittadini, visti i forti limiti del governo nel sostenerne il fabbisogno. Gli orti presero il nome di “schrebergarten” (in onore del dott. Schreber) e si moltiplicarono rapidamente anche in Austria e Svizzera con il nome di “gartenfreun” (giardino amico) .
Questi piccoli giardini consentirono nuovamente la sicurezza alimentare durante le due Guerre Mondiali, quando le comunicazioni tra città erano faticose. Si coltivava nei giardini privati e nei lotti assegnati, ma anche sulle rovine bombardate del Reichstag, sede del Parlamento tedesco.
Nel Luglio del 1919, un anno dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, venne approvata una prima normativa per la regolamentazione, la divisione in lotti e le modalità dell’assegnazione degli orti ai cittadini.

Francia, l’abate Lemire
La Francia fu un’ottima patria adottiva degli orti urbani, innanzitutto attraverso i “jardins ouvriers” (giardini operai) messi a disposizione dalle amministrazioni comunali. L’eco del Dottor Schreber si congiunse con il lavoro di Monsignore Jules Lemire, uomo di chiesa, professore e politico, favorendo la nascita di istituzioni e associazioni per la tutela delle classi più povere nella proprietà di beni, tra cui casa e orto. L’intento fu fortemente pedagogico, per avvicinare gli operai al senso del lavoro e della famiglia, tenendoli lontani da fenomeni come l’alcolismo, che allora dilagava. Oggi in Francia molti sono gli esempi di parchi e giardini pubblici nei quali sono presenti i jardins familiaux. Gli spazi comuni diventano nei giardini familiari dei veri e propri luoghi pubblici frequentati dai giardinieri e dagli abitanti del quartiere. Gli obiettivi sono quelli di creare comunità locale e di stimolare i bambini nel ritrovare un contatto con la terra, scoprendo il lavoro e il rispetto altrui.

Matteo Baldo

Baldo M., La città nell’orto. Analisi esplorativa degli orti urbani di Mirafiori sud per un progetto di riqualificazione “dal basso”., Tesi II livello, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Sociologia, relatore Dansero E., Università degli Studi di Torino, 2012.

Questo post segue da:
Tesi di Matteo Baldo / introduzione

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