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L’orto di Elvira /1

Riqualificazione dal basso

Come saprete, miraorti ipotizza da più di un anno la possibilità che gli orti urbani spontanei non vengano eliminati per lasciare posto ad orti regolamentati (eventualità che tra l’altro, data l’attuale congiuntura economica, si allontana sempre di più), ma che vengano riqualificati attraverso azioni dal basso e istituzionalizzati. Abbiamo deciso di sperimentare direttamente questo tipo di riqualificazione con il lavoro sul campo per capire l’entità del lavoro, le difficoltà e le possibili soluzioni. Questa sperimentazione è cominciata nel 2010 con un orto abbandonato, che è stato ripulito, bonificato e poi aperto al pubblico trasformato in orto collettivo di quartiere. Nel 2011/2012 abbiamo sperimentato la bonifica di un nuovo orto: diverso per tipologia, dimensioni e posizione. Anche in questo caso uno degli obiettivi è stato portare maggiore mixité sociale all’interno di un’area che per ora è stata di esclusivo dominio degli ortolani, rispetto all’orto collettivo c’è però una grande novità. L’ortolano c’è ancora, si chiama Elvira e l’orto non è abbandonato ma solo trasandato. Stiamo aiutando la signora Elvira, non più in grado di prendersi cura del proprio orto da sola, ad aprire le porte del suo orto a cittadini che lo condividano con lei, aiutandola a coltivare, in cambio dell’uso di un pezzo di terra.

Un’esperienza pilota

L’orto di Elvira sarà un esperienza pilota per mettere a punto un modello replicabile per i tanti orti coltivati da ortolani troppo anziani per continuare a coltivare da soli. In questo modo molti anziani non sarebbero più obbligati a lasciare il proprio orto, potrebbero condividerlo affiancati da nuove forze, magari con poca esperienza ma desiderosi di imparare da ortolani di lunga esperienza.

Elvira

In occasione della vendemmia abbiamo presentato brevemente l’incontro con la signora Elvira e l’inizio della nostra collaborazione. Ora continuiamo il racconto.
L’orto aveva inizialmente un unico capanno, quello che Elvira chiama con nostalgia “la Villa” -così in ordine che si poteva passare la scopa davanti a casa e in tutti i vialetti- poi, con la morte del marito, c’è stata una fase di abbandono alla quale è seguita una fase di subaffitti, incomprensioni e dispetti tra cui l’incendio del capanno.

La mezzadria e il dono

La dinamica della vicenda non ci è ancora del tutto chiara, Elvira ha preso accordo con due ortolani che si sono spartiti l’orto, parte alta e parte bassa, e ciascuno si è costruito un suo capanno utilizzando i resti della “Villa”. L’accordo però non ha funzionato, dopo un breve periodo d’uso sono stati mandati via ed è forse a questo punto che ci fu l’incendio. L’oggetto della disputa era la spartizione del raccolto, costoro non pagavano un affitto e tenevano tutto per loro, Elvira si era invece immaginata un rapporto più simile alla mezzadria dove il proprietario e il coltivatore si dividono a metà il raccolto. Certo, la mezzadria è basata sulla proprietà fondiaria e pure sul concetto di proprietà negli orti ci sarebbe molto da indagare, perché non si tratta di una proprietà di fatto ma di un diritto di proprietà acquisito con l’uso, una sorta di usucapione mai formalizzato e impossibile da formalizzare perché su suolo pubblico. In questa vicenda però ad essere messo in causa non era il concetto di proprietà quanto il mancato corrispondere di un dono, che avrebbe riconosciuto alla due parti il rispettivo ruolo di ospitato e ospitante.

Nuovo orizzonte

Per formalizzare e regolare il tipo di rapporto e le condizioni d’uso tra Elvira e i nuovi ortolani, stiamo lavorando a delle interviste che porteranno alla redazione di un’ipotesi di contratto, in modo che entrambi le parti siano tutelate e si impegnino reciprocamente.

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