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Un giro negli orti con Marie/2

Durante il suo ultimo soggiorno a Lione, Marie ha fatto un giro negli orti urbani della sua città. Qui ci parla della nascita di un orto collettivo, di un’associazione e dei problemi di gestione che possono nascere.

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Arrivando, un largo accesso permette anche alle persone diversemente abili di accedere all’orto. Il cancello è chiuso con un lucchetto a combinazione. Non è necessario avere una chiave per entrare. Dal viale si arriva in una piazzetta, spazio conviviale dove si può mangiare all’aperto, organizzare laboratori e incontri. Un grande capanno (costruzione ecocompatibile) accoglie gli attrezzi messi a disposizione di tutti. Due cassoni servono per il compost a cui tutti rigorosamente partecipano, anche i bambini dell’asilo nido. Delle cisterne interrate raccolgono l’acqua piovana dal tetto dell’asilo che viene poi usata per le annaffiature. Per le persone diversamente abili sono stati realizzati dei cassoni sopraelevati che dovrebbero permettere di coltivare seduti su una sedia a rotelle. Una volta realizzati si sono resi conto che non funziona e sono stati trasformati in cassoni per le semine. Un frutteto si trova nella parte alta. Gli ortolani hanno scelto alberi della regione: quattro peri, quattro meli e un melo cotogno.

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Ho avuto l’occasione di visitare l’orto “Pause Jardin” di Saint Genis Laval con la persona che ci ha lavorato a partire dalle prime fasi: Véronique Durand Chabanne. Sino all’anno scorso era lei ad occuparsi dell’animazione dell’orto e del gruppo.
Questo progetto è nato nel 2003. Il sindaco voleva che gli abitanti si appropriassero del loro quartiere, gli è stato proposto di creare un orto di tipo collettivo. Per facilità amministrative, i volontari hanno creato l’associazione “Pause jardin”. Véronique ha cominciato con un tirocinio presso l’associazione con lo scopo di fornire le basi per progettare e realizzare un orto colletivo.

All’inizio bisogna comporre il gruppo che sostenga il progetto. Grazie ai volantini, ai manifesti e alle riunioni informative, una dozzina di persone si sono riunite intorno al progetto.
L’importante è capire le aspettative di tutti. Per fare questo, ognuno ha scritto su dei Post-it, le sue idee, desideri, e le cose che non voleva. Questo lavoro è interessante perchè permette lo scambio e di tenere conto delle aspettative di tutti. Personalizzare l’orto in funzione del gruppo, rispettandone i bisogni. Per questo ogni orto collettivo è diverso da un altro.

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Il passo successivo è stato trovare lo spazio adeguato. Siccome il comune è stato il promotore dell’iniziativa, ha messo a disposizione un terreno comunale. Un’area adiacente al “Centre Social” (casa del quartiere), la biblioteca, l’asilo nido e un’area giochi. Il progetto è stato finanziato da diversi enti. I 90000€ necessari sono stati ripartiti tra lo Stato, la regione, il Grand Lyon, il comune e “Vivons ensemble la cité” finanziamento per l’accessibilità alle persone diversamente abili.
Ci sono voluti 4 anni per la progettazione. Il primo colpo di pala è stato dato nel giugno 2007, l’inaugurazione è avvenuta nel maggio 2008, dopo un anno di lavori.

Per partecipare alle attività e poter coltivare l’orto, l’associazione chiede una quota di 10€ di adesione, più 20€ per coltivare l’orto collettivo e 20€ per avere una propria aiuola. Il lavoro collettivo è sempre stato messo in primo piano e per avere un’aiuola individuale, è necessario coltivare prima di tutto l’orto collettivo.

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All’inizio l’orto collettivo era più importante delle aiuole individuali. Ora la volontà di lavorare collettivamente si è persa. La maggior parte delle persone hanno richiesto un’aiuola privata. L’orto collettivo è ora coltivato dalle scuole, dal Centre Social e da un’altra associazione di quartiere. La manutenzione delle parti comuni rimane collettiva ma, tra i giardinieri ci sono più poche occasioni d’incontro.

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Véronique mi diceva che un orto collettivo per vivere ha bisogno di una forte motivazione e di un animatore capace e presente. Le persone una volta lasciate sole, hanno avuto difficoltà ad impegnarsi collettivamente. Riunirsi ogni sabato per lavorare insieme ha funzionato solo i primi due anni. All’inizio c’erano una dozzina di ortolani, dopo tre anni ce ne erano solo più quattro.

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