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Tesi di Antoine Quenardel

Durante una settimana di ricerche e incontri a Parigi e Versailles, alla biblioteca dell’Ecole du Paysage di Versailles scopriamo una tesi che subito ci conquista.

Sul modello scandinavo di orti urbani dove gli spazi comuni hanno un ruolo centrale, Antoine Quenardel si confronta con un’area “massacrata” per riflettere su come rendere accessibile la città e la campagna, nello specifico su come conciliare interessi pubblici (parco), interessi privati (orti individuali), interessi collettivi (associazioni) migliorando le frange urbane.

Tesi di Antoine Quenardel

Questo lavoro è accompagnato da un anno di esperienza sul campo. Per capire il funzionamento degli orti urbani regolamentati, i limiti e i potenziali, coltiva un orto che fa parte dei Jardin Familiaux della città di Ulis, dove la gestione è ripartita tra il comune, l’associazione “A Penelope” (Association Pour l’ENcouragement Et L’Organisation des Potagers Ecologiques) e i privati. Questi orti sono stati creati nel 1978 su esplicita richiesta degli abitanti. Terreno e arredi sono del comune mentre l’associazione si occupa degli orti, dell’assegnazione, di far rispettare il regolamento, riscuotere gli affitti, dell’animazione e del buon funzionamento.

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Questa esperienza gli ha fornito un supporto concreto per riflettere sulle relazioni tra ORTI (spazio), GIARDINAGGIO (pratiche) e ORTOLANI (fruitori).
L’osservazione è stata fatta tra ottobre ’98 e giugno ’99.

Qui alcune delle bellissime immagini e degli estratti di testo, considerazioni a chiosa di ogni resoconto delle giornate passate nell’orto:

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“Gli orti regolamentati, nelle recenti realizzazioni, prendono sempre più spesso l’aria di una lottizzazione prefabbricata anonima e sono impossibili da fare propri… La difficoltà risiede nella maniera di inquadrare una somma di iniziative individuali. Assicurare un controllo regolare e rigoroso equivale ad annullare l’espressione di ognuno nel proprio appezzamento, disperdendo inoltre una grande quantità di energie. É preferibile mettere in atto strutture spaziali sufficientemente elaborate per accogliere e organizzare il disordine scaturito dall’accumulo di iniziative private.”

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“Realizzare degli orti di dimensioni modulari, da 100 a 300 mq, adattabili ai bisogni, ai mezzi e alle disponibilità di ognuno?”

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“Sul modello delle cooperative agricole, come concepire la condivisione di attrezzature comuni per il gruppo (serra, utensili, biblioteca orticola, gruppi di acquisto, piante e sementi, sala delle feste, frutteto, api, cucina per le conserve)?”

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“Il recinto permette di “entrare”. La soglia che fa basculare da uno statuto all’altro”

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“Permettere di adattare i limiti tra i vicini sul grado di affinità di ciascuno”

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“Quale è la giusta quantità di orti per una vera convivialità, per una reale esistenza collettiva?”

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“Bagnare a getto continuo o con l’annaffiatoio, bagnare con l’acqua recuperata o con quella acquistata, più che due attitudini si tratta di due posizioni etiche…”

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“Mettere in atto delle possibili alternative tra anonimato e incontro, favorire, orientare degli itinerari e delle pratiche conviviali senza immaginare mai di imporle”

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“Offrire agli ortolani una passeggiata, perché il tragitto fino all’orto non sia solo un atto tecnico (andare da un punto all’altro), ma divenga un piacere preliminare a quello del coltivare”

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“Gestire il paesaggio ai limiti delle agglomerazioni, articolare degli usi pubblici, collettivi e individuali a scala di quartiere, della città e a scala metropolitana, questa la missione ambiziosa di una versione rinnovata degli orti associativi”

[le traduzioni dal francese vogliono essere puramente informative, l’originale è disponibile alla biblioteca dell’Ecole du Paysage a Versailles]

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